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Emiliano Di Nolfo
24 novembre 2003
Lisistrata, ovvero quando Aristofane non fa ridere
Comincia in sordina la stagione CEDAC al Civico di Alghero. Poca affluenza di pubblico e uno spettacolo poco riuscito

Uno spettacolo che, di suo, comincia malissimo. Una sorta di prologo, la voce fuori campo di due spettatori che dialogano, quasi chiede scusa per quello che si sta per rappresentare.
– Sta per cominciare la Lisitstrata di Aristofane.
– So che parlano un linguaggio un po’ spinto.
– Sì, ma è lo stile della commedia di Aristofane, non ti devi scandalizzare. In realtà si tratta di un bellissimo testo contro tutte le guerre.
O qualcosa del genere.
Il regista croato Robert Raponja si rende così colpevole in un colpo solo, non di uno, ma di due torti gravissimi verso gli spettatori: si scusa da parte di Aristofane per il linguaggio spesso scurrile e ci spiega la sua idea di regia, Lisistrata è un testo antimilitarista, prima dello spettacolo. Prendendoci così tutti da emeriti imbecilli. Magari non tutti gli spettatori conoscevano la spregiudicatezza del linguaggio di Aristofane e la sua irriverenza, ma con quello che sono abituati a vedere in televisione forse non c’era da temere che si scandalizzassero per un commediografo del V sec. a.C. Che poi, per lui, la cosa interessante del testo fosse il rifiuto della guerra e non la macchina comica, assolutamente perfetta di suo, del testo di Aristofane, gli spettatori l’avrebbero benissimo capito da soli assistendo allo spettacolo, senza nessun bisogno di dirglielo prima.
L’intreccio di questa commedia di Aristofane, l’unico autore della commedia antica di cui conosciamo esemplari integri, è notissimo. L´ateniese Lisistrata, per mettere fine alla lunga guerra del Peloponneso che travaglia la Grecia, convince tutte le donne elleniche ad una sorta di mobilitazione sindacal- pacifista, uno sciopero del sesso, di carattere ricattatorio; in appoggio a questo sciopero fa occupare dalle concittadine l´Acropoli, ove era conservato il tesoro della lega di Delo. Di fronte a un ricatto del genere, connesso com´è a un bisogno primario, gli uomini della Grecia non possono che cedere.
Questa sorta di coproduzione sardo-croata (oltre al regista, adattamento testo e canzoni di Tatjana Suput, musiche di Rossella Faa, coreografia di Petra Blaskovic, scenografia di Stjepan Mihaljevic, costumi di Micol Joanka Medda e, in scena, nella parte di Murrina, la moglie vogliosa del bel Cinesia, Selma Alispahic, già apprezzata in Ay Carmela del drammaturgo catalano Sinisterra), già presentata quest’estate ad Alghero, nell’anfiteatro del palazzo dei congressi, conferma tutti i suoi limiti. A parte l’imbarazzante prologo, il problema grave è che questa Lisistrata non fa ridere. Mai. La scelta di far diventare la commedia di Aristofane una sorta di commedia musicale non ha pagato, forse per l’inadeguatezza delle musiche, nonostante il grande impegno delle attrici a cantarle. Perché scappi un sorriso bisogna aspettare l’ingresso di Marco Spiga, bravissimo e perfettamente in parte nel fallocentrico Cinesia, che, finalmente, esce dell’atmosfera da musical castigato anni ’50, e ci riporta nel mondo di Lisistrata, che ha un solo centro, il sesso, ma è già passata un’ora di spettacolo. Tutto quello che c’è stato prima sono state canzoni, (chissà se Robert Raponja conosce la versione bellissima di tanto tempo fa di Garinei e Giovannini), gag che non facevano ridere dei vecchi Francesco Atzeni e Maria Grazia Bodio e i grandi sforzi di Lia Careddu-Lisitrata, senza ombra di dubbio la più grande attrice sarda, in una parte forse lontana dalla sua corde. Raponja ha cominciato a lavorare allo spettacolo prima dell’inizio della guerra in Iraq, ha continuato durante, ma forse si è fatto prendere la mano. I colori della bandiera della pace appesi alla fine nel telaio sono parsi francamente retorici e fuori luogo. Come tutta la lettura antimilitarista della commedia è parsa arraffazzonata, più dettata dall’emozione del periodo storico che da una precisa scelta d’interpretazione del testo. Testo complesso, senz’ombra di dubbio. Rappresentare Aristofane non è facile, ne sia testimonianza le polemiche su le Rane di Ronconi l’anno scorso a Siracusa, con le scenografie che sbeffeggiavano i potenti di ora rimosse in seguito a polemiche. Se non si ha il coraggio di fare Lisistrata per quello che è, un testo, forse sì, antimilitarista, ma soprattutto “il primo testo della cultura occidentale che affronti il problema dell´emarginazione femminile, senza limitarsi al lamento ´patetico´, che ribadisce le catene”, e anche una straordinaria macchina teatrale basata sulla esplicitazione paradossale del sesso come bisogno così forte da fermare le guerre, forse è meglio non fare Aristofane. Lisistrata è poco rappresentata proprio per questo motivo: è una macchina comica che ha al centro il sesso, senza mezzi termini e senza censura. Si può trasformarla in una commedia musicale, ripulirla e farla interpretare ad una grande attrice drammatica come Lia Careddu, ma non funziona. La riprova si ha quando Marco Spiga-Cinesia entra in scena infoiato con un enorme fallo dentro i pantaloni e, pur di soddisfare le sue voglie, diventa sostenitore della pace, e lo spettacolo improvvisamente si sveglia e diventa interessante, dopo un’ora di noia. Lisistrata è questo, piaccia o non piaccia a un regista croato o a qualche abbonata su con gli anni del Teatro di Alghero, scandalizzata dal seppur ripulito Aristofane del Teatro di Sardegna. Prossimo appuntamento con Io e Annie di Woody Allen.
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