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S.A.
8:32
Pesca abusiva 70mila ricci nel Sinis: inchiesta
La Procura di Oristano chiede il rinvio a giudizio per inquinamento ambientale: due indagati accusati. In soli quattro mesi, è stata accertata la sottrazione di circa 70mila esemplari di riccio di mare, in particolare nella zona B dell´area protetta

ORISTANO - La Procura della Repubblica di Oristano, a seguito di una complessa indagine coordinata dal PM Dott. Paolo De Falco, ha richiesto il rinvio a giudizio per due indagati accusati di aver compromesso l'ecosistema dell'Area Marina Protetta della Penisola del Sinis e Isola di Mal di Ventre attraverso il prelievo illegale di ricci di mare. L’attività investigativa, condotta dalla Stazione Forestale e di Vigilanza Ambientale di Oristano con il supporto dei Barracelli di Cabras, ha svelato un prelievo illegale sistematico che comprendeva la lavorazione e commercializzazione del prodotto, destinato anche a ristoranti locali.
In soli quattro mesi, è stata accertata la sottrazione di circa 70mila esemplari di riccio di mare (Paracentrotus lividus), in particolare nella zona B dell'area protetta, dove vige il divieto assoluto di pesca. Determinante per la qualificazione giuridica dei fatti è stata la collaborazione con i consulenti del CNR di Oristano - Torregrande. Gli studi hanno documentato una diminuzione drastica della popolazione di ricci e l'attività investigativa ha evidenziato una riduzione della densità di esemplari di taglia commerciale direttamente correlata al prelievo illecito. Questi dati hanno permesso di configurare la compromissione significativa e misurabile dell’ecosistema, requisito essenziale per contestare il delitto di inquinamento ambientale previsto dall'art. 452-bis del codice penale.
La contestazione del delitto di inquinamento ambientale segna un passaggio storico nella tutela del territorio sardo. Questo reato prevede pene severe: reclusione da due a sei anni e multe da 10.000 a 100.000 euro. Oltre all'inquinamento, agli indagati sono stati contestati i reati contravvenzionali connessi all’esercizio illecito della pesca in area protetta e alla vendita di alimenti in cattivo stato di conservazione. L’azione congiunta di Procura, Corpo Forestale e comunità scientifica sottolinea come il prelievo illegale non sia solo una violazione delle norme, ma un vero e proprio degrado ambientale che minaccia lo sviluppo sostenibile del territorio. Il procedimento passerà ora alla fase processuale per accertare le responsabilità e quantificare il danno arrecato a uno dei contesti marini di maggior pregio del Mediterraneo.
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