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Luigi Coppola 13 dicembre 2005
Dopo quindici anni un caloroso pubblico ha salutato il ritorno di Paolo Poli
Un caloroso pubblico ha salutato il ritorno dell’attore fiorentino. Al Teatro Verdi “Il Ponte di San Luis Rey” di T. Wilder inaugura la stagione di prosa 2005/2006, distribuita da Cedac Sardegna
Dopo quindici anni un caloroso pubblico ha salutato il ritorno di Paolo Poli

SASSARI – Glammour e posa delle grandi occasioni nel foyer del Teatro Verdi. L’attesa per apprezzare un maestro della prosa italiana, tornato a recitare in Sardegna dopo un lungo periodo d’assenza, dissimula una maggiore distanza del pubblico dalla soap in scena. Trascorrono oltre venti minuti prima dello scroscio d’applausi che salutano Paolo Poli, protagonista e mattatore della serata. La prima della XXVIa edizione rassegna di prosa, allestita da Cedac per Sassari è un testo tratto dall’opera letteraria dell’americano Thornton Wilder, “Il Ponte di San Luis Rey”. Lo spettacolo in due atti, riadattato da Poli, colpisce immediatamente con le tinte forti. Il comune denominatore caratterizzato anche nel linguaggio e nella gestualità mimica degli interpreti. Sgargianti e fantastici i fondali scenografici di Emanuele Luzzatti, in perfetta linea con i colorati e meticolosamente curati costumi di Santuzza Calì. Evocano correttamente un ambiente storico (nel mezzo del Settecento peruviano), supplendo in più di un’occasione una trama laboriosa e ricca di spaccati sociali dell’epoca, talvolta slegata, complessa da seguire nella successione degli sketch. Attraverso le memorie di Madre Pilar (Paolo Poli), religiosa superiora di un orfanotrofio, attaccata ai bisogni umani oltre l’immaginabile previsto dalla tonaca che veste, è analizzata con pregnante ironia, la vita di cinque personaggi. La ricca dama, duchessa di Montemayor che affonda nell’alcool le sue frustrazioni di donna tradita e madre abbandonata. La damigella di compagnia, dolce e carina quanto sfortunata. L’anziano attore (ottima la prova di Mauro Marino), innamorato della Commedia dell’Arte, il giovane allievo e l’orfano Esteban in procinto d’imbarcarsi su un piroscafo, alla ricerca di sogni perduti. Cinque esperienze accomunate nell’epilogo tragico della morte sotto il crollo del ponte (da cui deriva il titolo della commedia), raccontate nei loro aspetti umani, intimi, anche meno edificanti. Tra filastrocche boccaccesche, satire clericali e sberleffi che rasentano una bonaria blasfemia, emerge la statura del grande Poli, nato a Firenze nel 1929, che conquista definitivamente la platea. Dopo due ore di fatica che impegnano gli undici elementi della compagnia in cambi volanti di ruoli e costumi, l’applauso divertito degli spettatori è moneta generosa. Ancora un bis di Poli che sciorina una delle sue note fantasie vocali. Si replica stasera al Teatro Verdi alle ore 21.00.

Nella foto gli attori in scena
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