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Monica Caggiari 26 gennaio 2005
I colori della memoria
Sono passati 60 anni da quel 27 gennaio del 1945, giorno in cui gli Alleati (con in testa un soldato dell’armata rossa) entrarono nel campo di concentramento di Auschwitz (attuale Oswiecim in Polonia), simbolo per antonomasia della barbarie nazista
I colori della memoria

ALGHERO - Ancora ci si interroga su come tutto quell’orrore possa essere accaduto senza che nessuno (è noto che in molti sapevano, già da anni) muovesse un dito. Chissà cosa pensarono quei soldati, che per primi varcarono la soglia sotto il beffardo “Arbeit macht frei” (Il lavoro rende liberi). Probabilmente si chiesero se coloro che avevano di fronte fossero uomini o donne o carcasse erranti e di certo quei primi, che videro i sopravvissuti “per un sì o per un no” e le donne, fredde “come rane d’inverno”, non poterono mai più dimenticare lo strazio e il supplizio, impressi negli occhi e nel corpo di quei miseri avanzi di sofferenza. Tra i superstiti vi erano anche pochi italiani, come Piero Terracina, che lo scorso marzo, in occasione del convegno Rai “PrestoSpace” ad Alghero, aveva partecipato alla proiezione per i ragazzi d’alcune scuole superiori cittadine di filmati inediti a cura di Roberto Olla.
Terracina aveva raccontato, in quell’occasione, del suo cammino verso il “baratro e Auschwitz”, le umiliazioni e privazioni, la lenta e perversa progressione verso l’annullamento dell’essere umano, così come era stato studiato a tavolino e fortemente voluto dai nazisti. Poi, insieme al giornalista Olla aveva sottolineato che lo scopo di incontri del genere non è capire, cosa a tutt’oggi impossibile, ma rammentare, perché “questo è stato”, solo 60 anni fa, in una nazione civilizzata, emancipata e con un’incredibile quanto assurda adesione popolare.
«Il sentimento di dolore e tormento è vivo come monito solo in chi ricorda», aveva quindi concluso.
Proprio per quell’imperativo della memoria, il Parlamento italiano decise, con una legge del 20 luglio 2000, di istituire il “Giorno della Memoria”, fissato per il 27 gennaio. Lo spirito di questa giornata è quello di non far allentare mai il ricordo delle persecuzioni e dello sterminio del popolo ebraico, ma anche dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti. Mantenere la memoria dell’Olocausto (sacrificio), termine utilizzato da Elie Wiesel, ma che oggi si preferisce sostituire con Shoah (sterminio, distruzione) è fondamentale. Bisogna scavare nelle zone d’ombra degli avvenimenti storici ed affrontare il nostro passato, perché il monito di ciò che è stato non faccia mai più tornare l’odio.
La “Giornata della Memoria”, pone l’accento proprio sul valore della rievocazione, anche nei confronti di coloro che si contrapposero alla cosiddetta “soluzione finale”, mettendo a rischio la propria vita per salvarne altre. Questa giornata è stata istituita con l’intento di agire nella formazione del ricordo collettivo, poiché «la memoria è una forza capace di cambiare il mondo» così il Presidente Ciampi, il quale, durante il discorso per la prima giornata della memoria, aveva posto l’accento sul fatto che «la memoria è un dovere».
Questa commemorazione si ricollega così, idealmente, all’altra data significativa della nostra storia: il 25 aprile. In questo modo si capisce perché la memoria dello sterminio di ebrei, zingari sinti e rom, omosessuali, seguaci di altre religioni, avversari politici e semplici detrattori di quel regime, tutti contrassegnati con stelle e triangoli di vari colori, adeguati alle “macchie dell’ignominia” nella loro vita, non può prescindere, per noi italiani, dal rammentare i combattenti della Resistenza, donne e uomini comuni, ai quali si devono aggiungere i soldati che rifiutarono la logica nazi-fascista di distruzione dopo l’otto settembre. Eroi, certamente, ma prima di tutto persone responsabili, che di fronte ai colori del crimine nazista risposero senza esitazioni. Vite paradigmatiche, che ora hanno una propria “giornata della commemorazione”, perché un’intera nazione, onorando le loro azioni, li ricordi per sempre.

Nella foto: Auschwitz



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