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Antonio Sini
9 febbraio 2005
Ora in molti sanno cosa sono le Foibe
Le foibe, per tantissime persone fino a l’altro ieri erano solo delle cavità carsiche, ora sanno che sono state anche il luogo di una grande tragedia per molti italiani, che hanno portato in silenzio questi lutti per 60 anni
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ALGHERO - Le foibe, sono entrate nelle nostre case, dirompenti, sconvolgenti in tutta la loro crudezza. La fiction televisiva “Il cuore nel pozzo” è stata seguita da oltre 10 milioni di telespettatori. Solo curiosità, solo voglia di vedere all’ opera attori bravi, oppure la sete di tanta gente di “leggere”, per il tramite della televisione, un evento storico italiano caduto nell’oblio? La televisione ha squarciato la realtà, senza avventurarsi nei meandri di chi è stata la colpa, e perché di tanto accanimento contro gli esuli italiani Dalmati, Giuliani e Istriani, che avevano solo una colpa: essere italiani e voler rimanere tali. La televisione si riconcilia con il pubblico che non gradisce tv-trash, con chi vorrebbe che fatti e misfatti della nostra nazione venissero analizzati con la serenità e con l’obiettività che spesso sfugge a chi fa politica attiva, di parte.
Il pubblico ha dimostrato che “l’italiano” vuole sapere. Le foibe, per tantissime persone fino a l’altro ieri erano solo delle cavità carsiche, ora sanno che sono state anche il luogo di una grande tragedia per molti italiani, che hanno portato in silenzio questi lutti per 60 anni. Ma quello che rimane è soprattutto la voglia di conoscere come veramente sono andate le cose, il decorso storico, di chi le colpe, e soprattutto di chi le colpe di tanta omertà durata oltre mezzo secolo. Libri di storia da riscrivere, almeno nella parte che riguarda l’esodo dei Giuliani, dei Dalmati e degli Istriani, ma soprattutto la presa di coscienza che nelle scuole, soprattutto superiori, oggi bisogna cominciare a parlarne, guidati da insegnanti lungimiranti, che non possono sottacere e che anche loro, tutto sommato, sono un veicolo importante verso la strada del sapere per i nostri figli. E se a Fertilia, borgata dove molti esuli trovarono un tetto, qualcuno ha pianto in silenzio, rivivendo uno squarcio di vita già visto, ora capiamo nella sua interezza il dramma di un popolo. E se qualcuno ieri ha abusato del termine “profugo”, per etichettare violentandola psicologicamente un’intera generazione, compresi i figli, oggi dobbiamo avere l’accortezza di dare il giusto peso alle parole e non usarle come pietre. Nella foto: deportazioni foibe |
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