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A.B.
28 gennaio 2011
29 gennaio: film e libro per non dimenticare
Previsti nel programma allestito dall’Assessorato alle Culture del Comune di Sassari, due proiezioni di un film e la presentazione di un libro

SASSARI - L’Assessorato alle Culture del Comune di Sassari, in collaborazione con l’Associazione Culturale “La città di Ar”, presenta “La libertà è bella”, Giornata della Memoria 2011. Il programma della giornata prevista per domani, sabato 29 gennaio, inizia alle ore 10, con la proiezione per le scuole del film-documentario “Tzigari. Una storia Rom”. Alle ore 17, “Ondina Peteani, La lotta partigiana, la deportazione ad Auschwitz, l’impegno sociale”, la presentazione della sua biografia, con la partecipazione del figlio Gianni Peteani. A seguire, è prevista la videoproiezione a cura del “Gruppo Ouroboros” ed “Ex-Q Teatro”. Alle ore 20.30, verrà proiettato il film-documentario Tzigari: Una storia Rom, con la partecipazione del regista Paolo Santoni (ingresso libero).
«È bello vivere liberi!». Con queste parole, le sue ultime, Ondina Peteani siglava una vita. La sua, di donna, spesa con coerenza e dedizione assolute per quegli ideali di libertà e giustizia che la portarono, non ancora diciottenne, nel 1943 a diventare nell'Isontino occupato dalle SS la prima staffetta partigiana d’Italia. E poi, catturata, a patire l’inferno dei lager nazisti, Auschwitz, Ravensbruck ed Eberswalde, da dove uscirà profondamente segnata nel corpo e nell’anima. Anche se questo non le impedirà di dedicarsi a fondo all’impegno sociale, alla militanza nel Partito Comunista, al lavoro di ostetrica ed al lavoro culturale, all’interno dell’organizzazione dei pionieri ed animando a Trieste, col suo compagno Pier Luigi Bruseghin, l’agenzia libraria degli “Editori Riuniti”, uno dei circoli di sinistra più attivi della città, finché la malattia, conseguenza della detenzione nei lager, non la immobilizzò per sempre.
Morì il 3 gennaio 2003, in quella Trieste che l’aveva vista nascere da una famiglia del Monfalconese settantotto anni prima ed alla quale era ritornata dopo l’esperienza terribile del campo di concentramento, per riannodare il filo drammaticamente interrotto di una lotta che dal fronte combattente partigiano si trasferiva ora nella quotidianità e nei grandi problemi, politici e sociali, che il dopoguerra, specialmente nelle nostre terre di confine, portò alla luce. Una quotidianità che le riserverà non pochi dispiaceri e cocenti delusioni e che le richiederà una capacità di vivere, con spirito critico, ma anche con spirito di servizio, gli sconvolgimenti che ridimensioneranno, soprattutto sul piano dell’ideologia e su quello dell’organizzazione, la prassi del lavoro politico di partito. Certo a spingerla a restare fedele alle idee di gioventù, c’era quel “81672” stampato indelebile sul braccio.
Un ricordo, l’orrore del lager, dove si consumò la «distruzione della giovinezza e la morte della bellezza», sempre più un incubo di cui parlerà poco. Per pudore, ma anche per la consapevolezza che nessun racconto poteva restituire l’enormità di quanto sofferto e visto. «Ben presto - dice in una testimonianza raccolta da Marco Coslovich e riportata nel bel volume che la storica Anna Di Gianantonio, con il contributo prezioso di Gianni Peteani, figlio di Ondina, le ha dedicato - dovemmo abituarci a tutto e cercare solamente di sopravvivere. Da parte mia continuavo ad avere la sensazione di non essere io a subire quella vita e continuavo a vedermi dall’esterno. Difatti non soffrivo, né inorridivo di quello che a mano a mano vedevo e sapevo. L’orrore è venuto dopo, quando ormai ero a casa».
Anche se i racconti di quei giorni consumati tra un costante pericolo di vita, fame, freddo e maltrattamenti, agghiacciano il cuore e spiazzano la mente. Racconti sentiti e letti migliaia di volte eppure ogni volta nuovi, tanta è la fatica a comprenderli, perché ogni volta è difficile credere che l'uomo abbia potuto arrivare a tanto. Il libro, pur soffermandosi a lungo sulla centralità della deportazione nell’esistenza di Ondina, offre al lettore anche ampi squarci sulla storia del nostro passato più recente, in particolare sui drammatici sviluppi che ebbero da noi, nell’immediato dopoguerra, gli ideali della resistenza tra ragioni politiche e tensioni di tipo etnico-nazionale, e che Ondina visse con lucidità e fede straordinarie nella convinzione di quanto fosse necessario costruire un mondo di pace giustizia e fratellanza. Una spinta a vivere inseguendo il sogno di una causa più alta dei bisogni dei singoli, profondamente maturata tra le atrocità del lager. Una voglia di vivere che Ondina seppe inseguire nonostante tutto. Figura, la sua, ancor oggi, preziosa, d’insegnamento e conforto per quanti non si rassegnano al vuoto morale del nostro tempo. (da il “Messaggero Veneto”, Mario Brandolin).
Tzigari. Una storia Rom, il film di Paolo Santoni, racconta l’incredibile storia di un rom italiano (Tzigari è Andrea Levacovich), a cavallo delle due guerre mondiali, svelando pagine inedite della persecuzione razziale fascista e della partecipazione dei Rom alla guerra di resistenza. Nella cultura rom e sinti, non esiste una memoria scritta. Poco si sa dei circa 500mila zingari che furono uccisi in Europa tra il 1940 e il 1945 e delle migliaia di rom e sinti italiani, che furono internati negli ottanta campi di concentramento istituiti dal regime fascista. Perché l’umanità non perdesse la memoria di quello che avevano patito, alcuni nomadi hanno deciso di raccontare ai “gaje”, ai non zingari, il loro olocausto.
Così è nata la testimonianza di Tzigari, una voce autentica che giunge diretta dall’interno del popolo rom. Costruito intorno alla sua storia, il film documentario offre una prospettiva inedita ed esclusiva della Seconda Guerra Mondiale, gettando una luce nuova su alcune pagine oscure e rimosse della nostra storia. Le parti di ricostruzioni e messa in scena del documentario sono interpretate dalla comunità Rom e Sinti di Udine. Tra questi ci sono parenti diretti di Tzigari. Alcuni di loro sono persone sopravvissute ai campi di concentramento italiani di Gonars e Tossic.
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