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Monica Caggiari
16 marzo 2006
Padre Kizito Sesana: «Dobbiamo fermare questa guerra»
«Dobbiamo fermare questa guerra». Padre Kizito Sesana esordisce con parole semplici, ma allo stesso tempo le più sentite di tutta la serata organizzata, nel salone del Seminario, dal Centro per l’Educazione alla Pace e alla Mondialità della Caritas diocesana attorno alla grave situazione del Sudan
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ALGHERO - L’occasione è stata fornita dalla visita del missionario, al quale il responsabile del Cepm, Don Lorenzo Piras, ha voluto rivolgere alcune domande per chiarire gli aspetti meno noti della guerra, tra Nord e Sud prima e del conflitto in Darfur attualmente, dello stato più grande dell’Africa, che con una superficie di 2 milioni e mezzo di chilometri quadrati ha un’estensione pari a tutta l’Europa dei 25 Paesi membri. E padre Kizito ha risposto prontamente all’appello, richiamando una folla notevole, che inizialmente ha assistito alla proiezione di un breve documentario del ’99, ma tristemente ricco di verità ancora oggettivamente valide per le difficili condizioni attuali. Il Sudan è, infatti, ancora devastato dalla guerra nella sua regione nord–occidentale, il Darfur, ma ha alle spalle una guerra durata 40 anni, tra il Nord islamico del Paese, sede del governo, e il Sud di fede cattolica e animista, al quale negli anni, dopo una prima fase di collaborazione con il governo musulmano di Karthoum, si sono aggiunte, nonostante le discendenze arabe e islamiche dal sapore quasi mitico, le tribù Nuba delle zone montane. Una miscela esplosiva, fatta di carestie terribili sottaciute e ignorate dalla comunità mondiale, come quella che nel 1988 portò a picchi di 250 morti al giorno. Con la scoperta dei giacimenti di petrolio e la conseguente commercializzazione, avvenuta nel 1999, il Paese divenne improvvisamente fulcro degli interessi americani e cinesi, arrivando a stringere rapporti strettissimi con la Francia, il Canada, l’Austria e la Svezia. L’oro nero permise al mondo di conoscere la devastazione subita dai sudanesi, ma produsse ulteriori conflitti, allargando lo scenario e introducendo nella difficile vicenda gli interessi delle potenze mondiali. Nel 2001, poco dopo il crollo delle torri gemelle il mondo scoprì che questo grande stato africano faceva parte, secondo gli Stati Uniti, dei governi canaglia e questo spinse il governo musulmano ad allentare i suoi legami con altre nazioni pericolosamente schierate con l’estremismo islamico. Ma il calvario di un popolo, tanto ignaro quanto innocente, non era ancora finito. Nel 2002, proprio mentre la pace tra Nord e Sud, chiesta in maniera pressante dagli Stati Uniti e caldeggiata dalle Nazioni Unite, veniva siglata, scoppiò il conflitto nel Darfur, dove nel 2004 venne «scoperto» altro petrolio. Ancora un’esplosione, ancora morti e miseria e pulizie etniche, in nome di chissà quale supremazia razziale. Il Sudan non ha, quindi, a tutt’oggi trovato la pace e come ha spiegato bene Padre Sesana: «Prima bisogna prendere impegni concreti per la pace; solo così sarà possibile eliminare lo spettro della carestia. Gli aiuti umanitari sono certo urgenti, ma alla base deve esserci la volontà di eliminare i conflitti». Una cura dei sintomi, che non elimina la malattia e che Don Lorenzo ha confermato essere ancora fortemente presente anche per quanto concerne gli accordi siglati ufficialmente e in maniera solenne nel 2000, quando gli Stati membri delle Nazioni Unite decisero di porre come obiettivo primario proprio l’eliminazione dei conflitti e della fame nel mondo, tra le altre cose, e come traguardo cronologico il 2015, ma di questo passo, così il referente del Cepm, e visto che a 5 anni di distanza non è accaduto nulla, sarà possibile raggiungere l’obiettivo circa nel 2143. Nonostante le solenni promesse, le parole ridondanti e i discorsi d’effetto e soprattutto a discapito di quella parte del mondo, dimenticata un po’ da tutti.
Nella foto Padre Kizito Sesana |
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