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Luigi Coppola 20 gennaio 2007
A Sassari un inesauribile Villaggio
“Serata d’addio” in scena al teatro Verdi. Un monologo in tre atti rivela l’eccezionale taumaturgo genovese. Ridicolizzate in fantozziana scuola temi amletici come vecchiaia e morte. Due ore di grande prosa salutate con l’omaggio a De Andrè ed il caloroso applauso del pubblico
A Sassari un inesauribile Villaggio

SASSARI - “…No, non è che non voglio farlo…non sono preparato...”. – La voce fuori campo nel buio pesto del teatro, zeppo di spettatori trepidanti con il sipario chiuso; è quasi incespicata ma di chiara e fantozziana provenienza. Il primo scroscio d’applausi degenera nella prima sganasciata risata quando la stessa voce continua l’avviso: “.Lo spettacolo è un’autentica…MERDA.”.

Luci sulla ribalta, luci in tutta la sala: un baule, un tavolo con una bottiglia di minerale e la sedia dove l’attore alloggerà per l’intera serata, l’unico arredo scenico di un monologo in tre atti, diretto in regia da Andrea Buscemi e allestito a Sassari da Cooperativa Teatro e/o Musica. Si tratta di tre saggi nei quali l’attore genovese rielabora in chiave tutta personale altrettanti testi di Checov e Pirandello: “Il fumo uccide” e “Una vita all’asta”, liberamente tratti dagli atti unici: “Il tabacco fa male” e “Il canto del cigno”, scritti dall’autore russo e “L’ultima fidanzata”, estrapolata da “L’uomo dal fiore in bocca” di Luigi Pirandello.

L’incipit al primo atto ricorre ad un approccio boccaccesco, utile a creare complicità e calore con il pubblico, alleggerendo il peso dei temi più avanti proposti e diluendo con gags e mostruosità comiche la durata della fiction, lunga ma mai noiosa. Saranno due ore ininterrotte separate in tre chiusure a riaperture di scena, dove disperazione, ribellione, solitudine dell’uomo mista a carica comica e grottesca, creano un leone nell’arena, mai domo e vinto dallo scorrere inesorabile del tempo. Con uno stile quasi ostico che ostenta finzione e distacco dalla “recita”, dal fare l’attore, Villaggio costruisce l’escamotage della “conferenza”, strumento per vincere la timidezza, sul quale impianta l’esposizione dei testi classici. Agganciati in chiave autobiografica ad un percorso, rivissuto dai primi passi dell’infanzia sino alle porte del distacco. I sentimenti, le dipendenze psico fisiche (alcolismo e tabagismo), gli innamoramenti, il successo sul palco, la decadenza fisica. Un viaggio per tutti diverso ma non evitabile, dove tutto è possibile e tutto è concesso.

Non manca neppure la professione politica: dichiaratamente a sinistra, del comunismo maoista cinese, che pur contestando i rappresentanti imperialisti del mondo e del nostro paese, non disdegna in un paradossale gioco scenico, di emularne inconsapevolmente (forse) slogan convergenti. Almeno nella fase iniziale, la meno brillante ma di sicuro effetto, ricorre la struttura delle tre M (oltre la già citata Merda, la “Morale” ed il “Maestro”) ad accompagnare il prologo del racconto.

Che per ogni atto che si completa, lascia fuori scena un elemento, quasi come liberare una zavorra, un’eredità per arrivare nudo e libero all’atto finale. Così sparisce il tavolo dopo il primo atto, va via il baule di cimeli e ricordi di carriera dopo il secondo. Rimane seduto alla sedia con la barba bianca che brilla nel tiro sportivo (pull blue su calzoni aragosta), nell’ultimo “..pezzullo.. che io scrivetti..” : la morte. Anche questa è descritta con un falso pudore, una farsa scanzonata che ne copre l’orrore: l’umana paura del soffrire.

La serata d’addio non è più l’addio ma il furbo arrivederci, reso più dolce sulle note e i “ricordi” del sempre amato concittadino Fabrizio (De Andrè), “..del quale sapevate, .chi ne fosse l’autore..?.” – chiede mattacchione al pubblico – Gli applausi, veri, continuano anche col sipario definitivamente chiuso. Riprenderanno questa sera alle ore 21.00 con la replica in programma a Cagliari presso l’Auditorium del Conservatorio in via Bacaredda.

Nella foto Paolo Villaggio al Verdi
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