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Monica Caggiari 13 gennaio 2005
In mezzo alla sciagura, Marco Tedde rievoca il dramma vissuto a Phuket
«C’erano cadaveri ovunque. Sugli alberi, sulla spiaggia, ovunque». Inizia così il racconto di Marco Tedde, rientrato qualche giorno fa dalla Thailandia, dove era in vacanza, o almeno avrebbe dovuto esserlo, con la moglie e alcuni parenti
In mezzo alla sciagura, Marco Tedde rievoca il dramma vissuto a Phuket

ALGHERO - Dalle parole del sindaco si capisce subito che quello, che doveva essere un momento di relax e svago, si è tramutato, durante quella nefasta mattinata del 26 dicembre, in un vero e proprio incubo. Non c’è quasi bisogno di veicolare con le domande la lunga narrazione dei fatti. Marco Tedde parla, infatti, senza esitazioni, quasi volesse liberare la mente dai drammatici ricordi. Racconta così di non aver sentito come altri la scossa, ma di essersi ritrovato, verso le otto del mattino, insieme alla moglie con l’acqua dentro la stanza d’albergo. Una stanza che i coniugi avevano scelto al pianterreno e che dava direttamente sul giardino. «Non ho visto la prima onda. Quando ci siamo ritrovati immersi nell’acqua abbiamo raccolto poche cose e insieme ad altri siamo corsi ai piani superiori. Poi ho seguito un amico, che ha tentato di documentare ciò che stava accadendo con la fotocamera. Abbiamo avuto giusto il tempo di capire che non era un’inondazione proveniente dalle montagne, ma che era il mare, infuriato, che ci stava scagliando contro un’onda non enorme nelle dimensioni, ma spaventosa per la sua forza distruttiva; un muro, che “urlava” di violenza».
Il racconto prosegue poi con la descrizione di quei tremendi giorni successivi. «Siamo rimasti nell’albergo per tre giorni, senza acqua, luce e con pochissimo cibo. Mangiavamo riso, che i tailandesi rimasti ci portavano con grande senso di solidarietà, che loro hanno nel dna. Molto del personale era fuggito, come anche molti ospiti. Nell’immediato mancava tutto e gli ospedali si trovano lontano, verso l’interno. Abbiamo cercato di soccorrere i feriti e di calmare le molte persone in preda agli attacchi di panico. C’erano urla e gemiti ovunque». Solo attraverso le “ansa” su cellulare, finché questo è rimasto carico, il sindaco e entourage hanno avuto conferma della tragedia, ma in quella devastazione sono passati molti giorni prima di capire che altrove la conta dei morti era di gran lunga superiore: «All’inizio pensavamo di essere stati i più colpiti, tanta era la distruzione e la morte attorno a noi, poi una volta lasciata Phuket, grazie alla guida italiana, abbiamo raggiunto un albergo in montagna e lì siamo rimasti per qualche giorno, in un’attesa, durante la quale abbiamo cominciato a capire la tremenda verità». L’attesa era anche dovuta al fatto che gli aerei imbarcavano, giustamente, feriti, salme e rispettivi parenti prima di tutto. Per questo la comitiva è stata trasferita, appena possibile, a Bangkok, da dove poi, dopo alcuni giorni è stato possibile rientrare.
E la macchina dei soccorsi? Il sindaco conferma ciò che da subito era stato segnalato dalle varie testate giornalistiche: «C’era tanta di quella confusione; gli aiuti ci saranno anche stati, ma dalla televisione tailandese mi sembrava di vedere più propaganda che altro. Io vedevo i camion dell’esercito (tailandese ndr.), ma non sembrava che facessero gran che. Non ho visto altro, solo un gruppo di sub, che non erano tailandesi, forse svedesi o francesi di qualche organizzazione come la nostra protezione civile, che cercavano cadaveri in un lago creatosi in un avvallamento». Marco Tedde non risparmia commenti anche sulle immagini scioccanti dei turisti in spiaggia dopo il disastro: «Il turismo si è bloccato; dove eravamo noi gli alberghi, compreso il nostro sulla spiaggia, sono stati chiusi. La gente era stremata. A nessuno passava per la testa, dopo ore di sfinimento e strazio, di andare sulle spiagge o per locali notturni, tra l’altro tutti chiusi sulla costa».
Quindi è la volta dell’angoscia per i continui allarmi di onde successive: «Siamo passati da un estremo all’altro. Prima, anche quando ci saremmo dovuti preoccupare, non abbiamo pensato a pericoli, poi abbiamo passato numerosi giorni in un clima di allarme senza tregua. Tutti s’aspettavano “the big one”, l’onda che avrebbe completato la distruzione, iniziata qualche giorno prima».
Com’è possibile che nessuno abbia colto qualche avvertimento? Non c’è stato qualcuno che ha interpretato alcuni segnali d’avvertimento su ciò che stava per accadere? «Nessuno ha dato l’allarme, ma la mattina, dopo la scossa, che io, ripeto, non ho avvertito, alcuni giapponesi, ospiti dello stesso albergo, se ne sono andati. So anche di direttori d’albergo che hanno consigliato ai clienti di evitare la spiaggia per quella mattina. Ma la cosa che più m’inquieta è un fenomeno al quale abbiamo fatto caso solo in un secondo momento. La sera prima, rientrando in albergo, abbiamo sentito le rane, solitamente armoniose nel loro gracidare notturno, schiamazzare senza tregua, come impazzite. Poi abbiamo illuminato l’area di fronte la nostra stanza: saltellavano senza meta, molte addirittura s’accoppiavano e così avvinghiate saltavano nervose, quasi rabbiose, per il prato».
Una visione sinistra, bizzarramente apocalittica, alla quale fa seguito la domanda su quale sia stato il primo pensiero appena atterrati su suolo italiano. Gli occhi dell’avvocato, che per lunghi minuti ha retto con tenacia allo strazio dei ricordi, s’inumidiscono, ma solo per un fugace attimo. Segue un silenzio “dilatato”, espanso come le emozioni di quei tragici giorni: «Abbiamo avuto fortuna. Un’enorme fortuna. Ho avuto modo di capire meglio qual è il vero significato della vita e quanto è facile passare dalla felicità al dramma. Dalla vita alla morte. Noi ci lamentiamo sempre, ma, di fatto, viviamo nell’opulenza e ora è il momento di aiutare chi non ha la nostra fortuna». La lunga narrazione si conclude così con alcune riflessioni sul dramma degli innumerevoli bimbi, morti o, forse ancora peggio, orfani e in balia di un destino incerto: «Il comune ha stanziato 45 mila euro. Ora mi sembra utile valutare l’adozione a distanza. Conosco un sacerdote italiano di circa 80 anni, don Carlo, che vive a Phuket e che da sempre segue gli orfani. Lo contatterò, appena possibile, per valutare come poter aiutare concretamente questi bambini senza infliggere loro anche il dramma di una separazione dal loro splendido paese».
Ora tocca quindi a noi: non dimentichiamoli e, sopra ogni cosa, aiutiamoli con gesti sensati e concreti.

Nella foto: il sindaco Marco Tedde
17/5/2026
Probabile bomba carta intorno alle 5.30 della mattina tra venerdì e sabato nella piazzetta di Via Palomba, quartiere a sud di Alghero: praticamente certa l´origine dolosa dell´esplosione
7:54
Fortemente danneggiati i mezzi coinvolti, al vaglio le cause dell’accaduto. Non si segnalano feriti. Presenti sul posto anche i Carabinieri della locale stazione per le attività di competenza



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