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Sara Alivesi
8 marzo 2011
Donne 8 marzo: è qui la festa?
Festeggiarla per ricordare o rifiutarla a priori? La Giornata Internazionale della donna stimola dibattitti e riflessioni, ma la realtà italiana e non solo, è ben lontana dalla conquista della parità
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ALGHERO - A parlare di Festa della Donna si rischia sempre di cadere nella banalità. Festeggiarla per ricordare (le discriminazioni, la violenza e l'episodio del 1908) o rifiutarla a priori. Perchè in fondo ogni giorno deve essere per la donna, così come per l'uomo, la parità è anche questa. Personalmente (ma la mia opinione è del tutto irrilevante) l'8 marzo, così come lo sarà il 17, il 25 aprile, 1 maggio e via dicendo, non cambiano rispettivamente le sorti della donna nel mondo, nè l'opinione della maggior parte dei leghisti o neo fascisti del nostro Paese, o le condizioni di lavoro. Rappresentano, tuttavia, delle occasioni per riflettere, per riprendere il filo di un discorso troppo spesso interrotto.
L'8 marzo commemora la morte di 129 operaie dell'azienda tessile Cotton a New York, che nel 1908 dopo aver scioperato per giorni, rimasero vittime di un incendio doloso all'interno della fabbrica. Da americana la giornata per il riscatto femminile divenne internazionale: l'idea di celebrarla venne per la prima volta nel 1910 da Clara Zetkin, a Copenaghen, durante la Conferenza internazionale delle donne socialiste; e in Italia si attese sino al 1922 per iniziativa del Partito Comunista Italiano. Da allora sono cambiate molte cose: il suffragio universale, il '68 e la rivoluzione femminista, le donne nella politica e nell'economia dei propri paesi. Perchè, dunque, scendere in piazza lo scorso 13 febbraio in tutta Italia per rivendicare la dignità al femnminile? Perchè attendere le "quote rosa" (in attesa di diventare legge ndr) per riuscire ad accedere ai cda delle aziende o ai posti in Parlamento? E poi le donne che vengono fustigate, torturate e uccise barbaramente in quei paesi dove sono ancora trattate e considerate come essere umani inferiori rispetto all'uomo. Per quelle donne ma anche per le nostre è ancora il tempo di lottare. La discriminazione al femminile esiste in ogni latitudine, anche questa, ed è integrata al modello di società civile nel quale viviamo. Il ritardo nazionale nell'occupazione è un segnale inequivocabile. I dati Eurostat sono impietosi: ultime in Europa le lavoratrici italiane con o senza figli (primo, secondo o terzo la situazione va progressivamente a peggiorare); rare le posizioni di comando nella politica; solo il 12% delle aziende nostrane vanta il 30% di cda al femminile. Eppure le donne si laureano di più e meglio, e se sono ai vertici delle società, riducono le percentuali di fallimento. Ma se sono capaci e intelligenti, il problema sta nell'assistenza e nei servizi a disposizione per svolgere i diversi ruoli: madre, moglie e lavoratrice. Dagli asili ai trasporti, dalle agevolazioni agli assegni familiari: il BelPaese non lo è poi così tanto se si fa riferimento al "gentil sesso". A salvare le cose sono i nonni, chi ha la fortuna di averli, che aumentano del 30% la possibilità di conservare la professione per figlie o nuore. Un breve sguardo su Alghero: la fotografia nazionale si riduce ma riflette la stessa immagine impietosa nell'occupazione, nei servizi, nella politica. Un nido comunale in città, una disoccupazione dilagante, solo due donne in Consiglio comunale e una in Giunta: i numeri si commentano da soli. Ma nelle piazze, fuori dagli ospedali e le scuole, le donne algheresi (e non solo) ci sono sempre. A loro i migliori auguri da tutta la Redazione. Foto d'archivio |
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