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Red 24 aprile 2005
Il sangue degli italiani
L´espressione «guerra civile» per indicare la lotta contro i nazifascisti si è fatta strada lentamente. Eppure, corrisponde ai ricordi di chi visse in quegli anni. Come mostrano le foto raccolte da Pasquale Chessa, che documentano odio e ferocia da entrambe le parti. Da guardare, ma anche da leggere
Il sangue degli italiani

ALGHERO - Nell´ uso corrente le parole perdono la loro originale neutralità e assumono un particolare significato. Resistenza si scrive con la R maiuscola e significa «guerra di popolo contro il nemico oppressore e i suoi servi». Guerra civile, invece, è una espressione storica, carica di antichi precedenti, che riconosce l´esistenza di una società divisa e di due partiti egualmente nazionali, ma nemici. Fra Resistenza e guerra civile, quindi, esiste una potenziale contraddizione. Se ciò che accadde in Italia fra il 1943 e il 1945 fu Resistenza, nel senso assunto dalla parola per la storia italiana, non può esservi stata in quegli anni una guerra civile. Se fu guerra civile, la resistenza diventa guerra di una parte contro un´altra e si scrive, ovviamente, con la r minuscola. Attenzione, questo non significa che essa diventi meno importante o meno nobile. Significa tuttavia che i suoi nemici non sono necessariamente «scherani del nemico» o «servi dello straniero». È certamente questa la ragione per cui l´espressione guerra civile è stata per molto tempo bandita dalla storiografia dell´Italia antifascista. I suoi autori non volevano riconoscere al fascismo repubblicano di Salò la dignità del combattente, dell´interlocutore, dell´avversario. Non volevano che il linguaggio sanzionasse una sorta di inammissibile parità. Ci vollero la macchina storiografica di Renzo De Felice (una specie di talpa che continuava a scavare imperterrita sotto la superficie dell´Italia ufficiale) e, più tardi, il libro di Claudio Pavone perché l´espressione venisse finalmente tollerata e utilizzata. Quando potemmo usarla, l´Italia, paradossalmente, fu molto più libera di quanto non fosse stata negli anni precedenti. Tutti gli italiani sapevano perfettamente che cosa era accaduto fra il 1943 e il 1945 e, dopo la guerra, fino al 1947. Le fotografie raccolte da Pasquale Chessa per il suo libro Guerra civile (Mondadori) non provengono da un archivio segreto, improvvisamente emerso alla superficie come una tomba etrusca o un tesoro nascosto. Esistevano nelle redazioni dei giornali, nei nostri album familiari e nei nostri ricordi personali. La mia memoria conserva intatti alcuni scatti milanesi del ´44 e del ´45. Se una tecnica miracolosa mi permettesse di stamparli, potrei aggiungere all´album di Chessa alcune istantanee: Benito Mussolini su un´automobile scoperta in corso di Porta Romana dopo il discorso del Lirico, Achille Starace in tuta da ginnasta in piazza Cardinal Ferrari, una parata di ausiliarie in via Dante, una «madre di guerra» su un tram con un nastrino sul petto in cui erano appuntate le cinque croci d´argento dei cinque figli perduti. Le fotografie raccolte da Chessa non sono soltanto documenti della guerra civile. Sono la guerra civile. Se il lettore le guarderà attentamente, scoprirà che poche di esse sono state scattate da osservatori neutrali e da freddi cronisti. Nella maggior parte dei casi queste immagini rispecchiano la soddisfazione e il compiacimento con cui il fotografo descrive i successi della propria parte e le sconfitte dell´avversario. Le foto dei partigiani impiccati servono a diffondere il messaggio della potenza fascista, a intimidire gli attendisti e a umiliare il nemico. Le foto dei partigiani sorridenti nei loro bivacchi montani e durante le loro marce sono quadri di guerra popolare e quindi, anch´esse, un «bando di reclutamento». Quelle dei fascisti malmenati e delle collaborazioniste umiliate durante le insurrezioni dell´aprile 1945 sono foto ricordo, destinate a decorare come medaglie la vita dei protagonisti.
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