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Giuseppe Civati
21:43
L'opinione di Giuseppe Civati
Non arrendiamoci e torniamo a fare politica
Ogni tanto ripenso a quando avevo vent’anni (forse meno), giravo con il Manifesto e con Cuore in tasca, allora non immaginavo che avrei fatto politica per una parte consistente della mia vita. La politica era già in crisi allora, erano gli anni di Tangentopoli, i partiti si scioglievano e cambiavano nome, emergeva la Lega e poi arrivò Berlusconi. E però la politica c’era ancora, c’erano i luoghi, le sezioni, lo spirito di appartenenza, che era per molti ancora motivo di orgoglio. Facevo politica e non mi sarei mai immaginato che questa passione si sarebbe trasformata in una “carriera”: mi piaceva e ne sentivo l’esigenza. Tutto qui (e però era molto, per me). Mi sembrava che la politica desse senso e forse una forma anche alla vita personale – per non pensare da soli ma per provare a vivere insieme, appunto. Ed era certo anche una sfida intellettuale, perché le idee possono cambiare il mondo – anche se oggi pare che ce ne siamo dimenticati. Credo che la scelta più urgente oggi, benché possa apparire non solo fuori moda ma addirittura fuori dal mondo, sia ritrovare quella dimensione, quella spinta. Quella gioia, anche. Insomma, e in breve: tornare a fare politica. Lo dico soprattutto alle ragazze e ai ragazzi, ma non c’è limite di età, anche perché nel nostro paese conosciamo anche l’antipoliticismo di ritorno, dettato dalla stanchezza, dalle delusioni o più semplicemente dai casi della vita che ci hanno portato altrove (dove altrove sta per parecchio lontano). Proprio così: scegliere un partito, quello che ci assomiglia di più, e fare politica. Nel nostro comune, nel nostro quartiere, sulle questioni che ci stanno più a cuore e dove crediamo sia più utile il nostro contributo. Prendere una strada, magari all’inizio con amiche e amici, per partecipare non solo in modo estemporaneo, senza fermarsi alla superficie e senza seguire soltanto la tendenza del momento. L’emotività è decisiva – “il cuore è a sinistra”, scrive la mitica Laura Campiglio – ma se si limita a pochi indignati o esaltati momenti non è affatto sufficiente, anzi, rischia di diventare un succedaneo: con il risultato che poi, a dispetto dell’etimologia, non “succede” niente. Più si parla e straparla di politica, più i toni si fanno enfatici e gli atteggiamenti esasperati, meno la si fa, concretamente, dentro un’organizzazione, con una strategia e con obiettivi precisi. Più si è travolti da messaggi (spesso inverosimili), più ci si allontana dalle soluzioni e dalle cose fondamentali di cui sarebbe importante parlare, perché poi siano fatte. E non si fa altro che contribuire al profluvio di cose dette e non fatte, che sembra proprio la versione peggiore della politica. Dire le cose per dirle, senza curarsi delle conseguenze. Abbiamo buttato via tutto, in questi anni, convinti che comitati elettorali + comparsate televisive + canea social (con annesse polemiche del tipo “fuoco di paglia”) bastassero. Non bastano e penso che lo abbiamo capito. Nel frattempo i numeri della partecipazione sono crollati, ci si muove per reazione (e meno male che ancora lo si fa) ma senza un grande discernimento. Ci si annoia presto, troppo. E anche di fronte al terribile spettacolo che la politica offre sullo scenario internazionale, e ai rischi che oggettivamente si corrono come non era accaduto nei cinquant’anni precedenti, la tendenza è a proteggersi, a fare calcoli, a scegliere la strada più sicura per sé. Tutto legittimo, sia ben chiaro, ma perdente per definizione. Da parte delle forze politiche stesse, che incuranti dell’incoerenza, si arrabattano. E da parte dei cittadini, che non sanno a che santo votarsi – e nemmeno più che cosa votare. Certo, si dirà, è cambiata la società, i modi di comunicare, di costruire relazioni. E infatti la politica è andata dissolvendosi, in questo cambio che a poco a poco è diventato epocale. Lo so che non ci state pensando e forse non ci avete mai pensato. Che è tutto disillusione e sgomento e anche follia ma credo sia in questi momenti che si deve uscire dal guscio, prima che siano altri a romperlo, tra l’altro, con una violenza inusitata. La politica per essere destinata alla vita delle persone, come spesso ama ripetersi, deve vivere di persone, non di tormentoni, di stronzate, di luoghi comuni che non lo sono e non lo sono mai stati. Senza le persone che partecipano e contribuiscono, la politica si riduce a spettacolo, fiction, messa in scena, ma continua a esercitare potere, senza che nessuno possa opporsi davvero. E poi ci si ritrova a pochi giorni dalle elezioni, avendo soprattutto discusso di formule e tecniche elettorali. Senza un perché, come diceva quella vecchia canzone. «Meno semo, mejo stamo» è un antico adagio della politica romana, perché meno si è meno si deve discutere, meno confrontarsi, così la questione può essere risolta tra pochi e in poco tempo, senza correre rischi. Ora quella battuta in romanesco è diventata una bandiera. Non diamoci per vinti, quello lo siamo già, soprattutto se non faremo nulla che abbia un senso e una prospettiva. L’appello vale per ciascuno di noi e ovviamente anche per i partiti, che se di fronte a una stagione come questa, non aprono le proprie porte, non avviano una grande raccolta di persone e di idee e non si mettono in discussione (in ogni accezione del termine) perderanno un’occasione storica. Perché se la politica non serve, allora hanno ragione quelli che vanno in giro bardati come gerarchi nazisti e che vogliono eliminarla. E allora forse ne avremo nostalgia, ma sarà troppo tardi. E poi, perché se anche guardassimo egoisticamente solo a noi stessi, dovremmo chiederci: stiamo bene, oggi, così? Come vanno le cose? È ancora possibile, in questo mondo, avere speranza per il futuro? Non per egoismo, tutto il contrario, ma per giungere alla conclusione opposta: che continuando a stare da soli, di certo, la situazione non migliorerà, per nessuno.
*Giuseppe Civati per Ossigeno
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