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Red 13 novembre 2009
Suicidi: "il disagio nascosto"
La città s'interroga sulle tante tragedie volontarie che negli ultimi tempi investono numerose famiglie algheresi. La lettera-riflessione di Tonio Mura
Suicidi:

ALGHERO - Tante vite tragicamente spezzate per chiara volontà personale. Sciagure immani che si abbattono su tante famiglie algheresi, con una allarmante periodicità, e la città s'interroga. Tonio Mura, algherese, con tanti anni di volontariato alle spalle, (ricondando Marcello) parla di "disagio nascosto". Di seguito la lettera-riflessione all'indomani dell'ultima tragica morte che scuote l'intera cittadinanza.

Anni di volontariato e di impegno sociale mi portano a non sottovalutare avvenimenti di questo tipo, per cui mi attraversano sentimenti contrastanti di pietà, di rammarico e di rabbia. Vorrei capire di più, ma tutto è maledettamente complicato. Vorrei sapere il perché di questo rifiuto della vita ma un’ombra di pregiudizio e di noncuranza copre tutto. Vorrei dire, cristianamente parlando, che la vita è un dono di Dio, ma quale vita? Una cosa so: che il suicidio di un uomo o di una donna è anche la mia sconfitta, la sconfitta della comunità a cui appartengo, l’eclisse totale di quella che una volta era la solidarietà. Il suicidio, sempre più frequente, è il segno tragico di una società che si trasforma e che si distrae rispetto ai veri bisogni dell’uomo. C’è però un paradosso: che mentre ci sembra che la rete dei servizi a favore della persona sia più estesa rispetto al passato, con piani d’intervento mirati, accade che il disagio si esprime nelle forme più disperate. Tentiamo quindi una spiegazione: o la rete dei servizi non è più adeguata o chi vive il disagio tende ormai a nasconderlo, impedendone l’intercettazione. Prendiamo la prima ipotesi: l’inadeguatezza della rete dei servizi sociali. Quasi inutile sottolinearlo: questo è il tallone d’Achille di tutte le amministrazioni comunali, e ad Alghero non si fa eccezione. I progetti, anche i più accurati, non sono mai in grado di raccogliere tutta la domanda di assistenza, e i fondi disponibili sono sempre insufficienti rispetto alle necessità. In tempi di crisi e di scarsità di risorse la situazione può solo peggiorare, perché si dilata l’area del bisogno e del disagio ma, per contro, il piano di intervento sociale rimane fermo alla vecchia programmazione. C’è però anche dell’altro: cambia la società e cambia anche il disagio. Se ieri il problema era prevalentemente di natura economica oggi emergono situazioni più complesse, dove magari quello che pesa è la solitudine, la mancanza di relazioni umane spontanee, il peso di una vita dimenticata dagli altri. Situazioni che trovano impreparati i servizi ma anche il variegato mondo del volontariato (anch’esso toccato dalla stessa inadeguatezza). Sono le cosiddette “nuove” povertà, che in una città come quella di Alghero vanno a sommarsi a quelle, per così dire, “vecchie”. A prevalere, in questa drammatica classifica, c’è il disagio psichico, spesso nascosto, vissuto e portato con vergogna anche dai parenti della persona colpita. Un martirio che si consuma nel più totale abbandono, magari chiusi in una stanza a ingurgitare pastiglie, fissando lo sguardo nel vuoto di una Tv accesa. Aspettando Godot! Ed è a questo punto della riflessione che aggancio la seconda ipotesi: il disagio nascosto. Perché nella società che celebra l’efficienza, la bellezza fisica, il successo personale, l’intraprendenza, e chi più ne ha più ne dica, c’è sempre un qualcuno che fallisce, un disgraziato che non ce la fa, che non è nato per la competizione. Si innescano così nuovi processi di emarginazione, sia culturale che sociale. Nel contempo i ritmi di vita sono più intensi e accelerati, per cui a mala pena si dispone del tempo utile alle faccende personali. Il bisogno dell’altro diventa un freno, un fastidioso impaccio, uno spiacevole inconveniente. Si rompe o si restringe così la catena della solidarietà. Avere un bisogno non è più considerato un fatto normale! Ecco allora il nascondimento, un fenomeno che ebbi modo di conoscere già nei miei anni di volontariato al Centro di Ascolto di Alghero, quando presi dalla disperazione si avvicinavano padri e madri che per dignità stavano rinunciando anche alle cose essenziali della vita: il nutrirsi, il curarsi, il coprirsi. “Ma perché non è venuto prima”? Chiedevo io. “Perché non mi era mai capitato di trovarmi in questa situazione”, era la risposta. Ebbene, oggi queste situazioni si sono moltiplicate, hanno cambiato anche faccia, vanno oltre il disagio economico e toccano il senso stesso del rimanere in vita. Nel mondo che corre veloce queste persone sono ferme, si sentono fuori posto, e crollano. Il gesto estremo, il suicidio, è il grido fermo in gola perché nessuno era disposto o aveva il tempo di ascoltare. O non sapeva ascoltare! Ma è anche il voler uscire di scena, togliere il disturbo. Credo che non ci sia cosa peggiore del sentirsi un di più, un problema, un caso clinico, un inguaribile matto. Ecco allora il nascondimento, quel chiudere la porta a tutto e a tutti, perché fuori c’è qualcosa di incomprensibile, una confusione esistenziale, una parodia di vita. Ecco il disagio nascosto, la sfiducia, quella drammatica lucidità che mette a nudo la vanità di chi si crede nel giusto e normale. Fino a quel giorno però, fino a quell’ora!



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