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Giancarlo Balbina
1 maggio 2010
«Lavoratori sempre più umiliati»
Da qualche tempo festeggiare il I° Maggio è diventata, una volta di più, occasione per riflettere sullo stato del lavoro nel nostro paese e nella nostra regione

ALGHERO - Da qualche tempo festeggiare il I° Maggio è diventata, una volta di più, occasione per riflettere sullo stato del lavoro nel nostro paese e nella nostra regione. A dispetto delle ottimistiche litanie del Governo Berlusconi, nel 2009, (dati Isae ndr), meno di un'impresa su tre ha assunto e la maggior parte dei contratti siglati è a tempo determinato di durata inferiore a un anno. E la disoccupazione è aumentata di un punto e mezzo.
E’ il segno della crisi che imperversa in Italia, e della progressiva svalorizzazione che il lavoro ha subito in tutti questi anni, da quando la flessibilità del mercato del lavoro si è trasformata in un volgare strumento per levare diritti ai lavoratori, precarizzando i loro contratti, per poterli poi ricattare ed isolare, senza controlli. Si pensava che levando i vincoli alle assunzioni ed ai licenziamenti, potessero liberarsi nuove opportunità di lavoro e far crescere il Pil.
In realtà, la proliferazione di contratti atipici si è rivelata una strategia fallimentare, che non ha fatto crescere l’economia, ma solo il lavoro nero e quello sommerso, ha diminuito la sicurezza nei luoghi di lavoro, aumentando le morti bianche, ha abbassato i salari dei lavoratori, determinando una crisi dei consumi. Insomma, non è con lavoratori umiliati ed offesi, sempre con la testa bassa perché sotto ricatto, che può ripartire l’economia e l’innovazione nel nostro paese. La Sardegna, come riferiscono i recenti dati Istat, è la regione che detiene il record in Italia per la disoccupazione giovanile, giunta al 44,7%. E Alghero fa la parte da leone, con metà degli iscritti agli uffici di collocamento privi di qualsiasi qualifica professionale.
Nella indifferenza della politica che conta, in particolare della destra al governo che continua a sfornare decreti, come quello recente sull’arbitrato nelle cause sul lavoro, che indeboliscono ancora di più la condizione dei lavoratori, si consuma la crisi di un sistema di sviluppo che lascia sole le persone, non formandole né premiandone il merito; che tutela le imprese che evadono le tasse e de localizzano senza riguardo ai territori che sfruttano fino a quando gli fa comodo, e che affronta la sfida della globalizzazione senza uno straccio di politica industriale.
E per dimostrare come il lavoro non conti più niente, si elimina proprio la Festa del Lavoro, consentendo a chi voglia lavorare di poterlo fare, per dare “un calcio alla crisi”. Ma anche questo è un risvolto del degrado complessivo che attraversa la nostra società, che pensa di risolvere il problema con ammortizzatori sociali e cassa integrazione, e con qualche ora di lavoro in più nei giorni di festa.
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