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Luigi Coppola
15 novembre 2007
A Porto Torres il comunismo comico di Moni Ovadia
La soap opera, tratta dall´omonimo libro dell´autore bulgaro, va in scena al teatro Andrea Parodi con buon successo di pubblico. Racconti popolari e melanconiche risate al diciottesimo Festival d’etnia e teatralità

PORTO TORRES - Venti minuti dopo la mezzanotte vanno giù applausi e urletti liberatori ma anche di commozione. Il pubblico è tutto in piedi a tributare il giullare dell’est, venuto a raccontare storie antiche dal sapore nuovo. Una vera maratona orale per Moni Ovadia, interprete di uno straordinario spettacolo, il suo, realizzato martedì notte, 13 Novembre, al teatro Andrea Parodi di Porto Torres. Tre ore di storie, canti, versi e musiche per disegnare un universo del Novecento, quello sovietico e comunista con colori e tinte non nuove, certamente più nitide e interessanti. Il viaggio del cronista, in divisa da compagno contadino, parte casualmente da un aneddoto dell’America anni ‘70. Stanley Houston, magnate della finanza, probabile origine semita (filo semi conduttore della serata), preso da irresistibile nostalgia, decide, in seduta stante con la sua segretaria, di far visita immediata al mausoleo di Lenin. Il sogno, impossibile da realizzarsi nella stessa giornata, diventa realtà grazie alle reiterate mance da duemila dollari, con le quali l’americano annulla tutti gli impedimenti: dal trovare posto sul primo volo AereoFlot sino alla sistemazione nella migliore sweet del primo albergo di Mosca. E l’ultimo baluardo, il corazziere che protegge l’accesso al venerato simulacro, quando intasca l'ennesima mazzetta, riconosce il noto visitatore e cortesemente gli rivolge: «Salve Stanley, si accomoda dentro o glielo porto fuori..?». «Ecco come il comunismo ha perso ed il capitalismo ha vinto» la nota conclusiva d’Ovadia. Risate e applausi per l'antifona de “Popov Ibramovich lavoratori di tutto il mondo ridete”. Il progetto dello scrittore attore bulgaro, nato a Filippopoli nel ’46, ma italiano e milanese d’adozione è arduo, non per questo meno fascinoso. Non riscrivere la storia della rivoluzione bolscevica e dell’idea comunista, piuttosto presentarla nuda e cruda, smontandone revisionismi o facili condanne, salvando il salvabile. Un’operazione resa fruibile, grazie ad una traduzione letterale e poetica dell'autore, accompagnato sul palco dal bravissimo fisarmonicista Vladimir Denisenkov, che intermezza opportunamente i capitoli. Rifugge dalla tentazione o dal rischio della ricostruzione storica degli avvenimenti. Questa specifica, lo salva anche da palesi omissioni, (oscurata la presa di Budapest nel ‘56, citata quella più recente di Praga nel ‘68) o da ingerenze politiche che potrebbero far inorridire o sorridere, secondo diverse chiavi di lettura, l’attuale palingenesi di una nuova cosa rossa. I riferimenti alla critica di casa nostra, televisiva e politica, emergono in più di un’occasione e sono semplicemente risibili. L’idea principe della rivoluzione comunista, portare i deboli e gli ultimi al potere, rimane nobile, di fronte al fallimento perpetrato dai leaders politici, avvicendatisi nel regime sovietico. Come nobile e sacro rimane il sangue dei milioni di cittadini russi versato fra purghe, gulag e repressioni feroci che convergeranno più avanti con disegni eversivi d'opposto fronte (nazismo), in un comune destino rivelato. Così Lenin e Stalin, simboli di un mondo quasi dimenticato, anticipano i vari continuatori Androphov, sino a Brezniev ed Eltsin (il liquidatore, liquidato anche lui dai fiumi di vodka) per disinnescare un’ideologia, inneggiata e mai applicata. Le fosse comuni delle migliaia di cadaveri, diventano “fosse fraterne” nella solidarietà di Ovadia. Troppo poco per giustificare le follie di pochi sull'ardore dei tanti. Lo spettacolo, certamente da vedere, chiude nel modo più giusto, il ricordo e l'invito a sostenere Gino Strada e le sue strutture ospedaliere di eccellenze nel Sudan. E' stato lungo nella durata, Moni Ovadia ne chiude scusa al pubblico. L’applauso forte gli perdona l’ennesima buona bugia.
Nella foto: Moni Ovadia con Vladimir Denisenkov
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