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A.B.
16 agosto 2011
«Fare a meno dell’Italia è diventata una necessità»
Per il Direttivo Politico Nazionale di A Manca pro s’Indipendentzia, il 2011 è l’anno giusto per l’addio alla Penisola

CAGLIARI - «L’Italia è ormai sul lastrico, travolta dalla crisi economica e da continui crolli delle borse. Il progetta Italia vacilla sotto tutti i punti di vista proprio nell’anno delle sue fastose celebrazioni unitarie. In questo incerto clima estivo di totale sfascio lo stato italiano partorisce l’ennesimo stratagemma per travolgere la sua ultima ruota del suo carro. La cosiddetta “Manovra anticrisi” rappresenta infatti l’ennesima operazione attuata dall’Italia per far affondare la Sardigna dal punto di vista economico e amministrativo facendo leva sul senso di responsabilità che ogni colonia nutre nei confronti del suo colonizzatore. Ormai stiamo raschiando il fondo: la stoccata della manovra anti crisi (invitiamo tutti a leggerla attentamente) condanna la Sardigna, insieme ad altre due o tre regioni italiane a sacrifici realmente onerosi».
E’ il Direttivo Politico Nazionale di A Manca pro s’Indipendentzia a spiegare come questa manovra colpisca «duramente la nostra terra dal momento che prevede il taglio di sei province su otto: si salverebbero solo le province di Cagliari e di Sassari, poiché superano la soglia minima dei 300mila abitanti. In un secondo momento si parla di un salvataggio della provincia di Olbia-Tempio e forse anche di Nuoro e Oristano, poiché vantano una superficie superiore ai tremila km quadrati. Sicuramente comunque annuncia il taglio delle province dell’Ogliastra, del Medio-Campidano e di Carbonia-Iglesias, nate nel 2005 e che ora dovranno essere accorpate alle province superstiti. Ma ancora più dura per la Sardegna è la manovra che prevede l’annullamento delle amministrazioni e la conseguente unione di tutti i Comuni che non raggiungono i mille abitanti, ovvero di 188 amministrazioni comunali su 377: più di un terzo dei paesi dell’Isola. I territori maggiormente colpiti da questa misura sono quelli della provincia di Oristano, nella quale verrebbero soppressi 48 comuni su 88, e quella di Sassari, dove sparirebbero 28 amministrazioni su 66 condannando allo spopolamento le regioni del Mejlogu e del Goceano. L’accorpamento di Comuni anche molto distanti tra loro e con la situazione tragica delle infrastrutture sarde implica necessariamente la morte certa di comunità già pesantemente colpite dalla crisi del comparto agro-pastorale, dai tagli di servizi di base (poste, presidi medici, scuole, ecc..) e dalle nuove ondate migratorie».
«Appare palese – proseguono - la volontà da parte dello stato italiano di colpire aree già duramente logorate, poco sfruttabili per gli interessi economici italiani poiché già depauperate per decenni e lasciate in miseria, attualmente poco produttive e con una bassa densità di popolazione causata dal generale impoverimento di queste aree e di un conseguente spopolamento. Attraverso la nuova manovra economica l’Italia salva solo le province storiche (ed in particolare quelle di Cagliari e Sassari, centri amministrativi) già da decenni centri economici e quindi privilegiate poiché sede di enti e servizi, e quasi sicuramente la neonata Olbia-Tempio, generata in funzione di un massiccio sfruttamento del suo territorio per un turismo d’élite tutto italiano. Dopo decenni di continuo disimpegno e di spopolamento appare oggi manifesta la volontà dello stato italiano di annichilire totalmente i piccoli e medi centri della Sardigna, per spingere le loro comunità ad un inurbamento forzato verso le uniche città che potranno mantenere i servizi pubblici e amministrativi minimi. È ovvio infatti che i piccoli Comuni rappresentavano un punto di riferimento per la popolazione dei territori più marginali dove i servizi a “domanda debole” patiscono ancora di più i tagli. Il risultato di questa manovra non potrà che essere una guerra tra poveri, fatta di rivalità e giochi di forza, com’è già accaduto in occasione della battaglia per il mantenimento delle scuole. Tanto più quindi appare criminale la manovra di unione dei Comuni e di soppressione delle Province in base al numero di abitanti se si pensa che tale generale spopolamento è stato generato dall’Italia progressivamente eliminando servizi, infrastrutture, scuole, enti che non facessero indirettamente capo agli unici grossi centri di cui è stato preservato un parziale sviluppo, e che fossero già ampiamente “italianizzati” e funzionali alla penetrazione amministrativa ed economica dell’Isola».
«La natura del tutto politica della Manovra Anticrisi, tra l’altro, è palese – spiegano - se si pensa nei paesi con meno di mille abitanti le spese di amministrazione sono del tutto irrisorie nell’ambito di un bilancio statale al collasso. La cancellazione di ogni piccola amministrazione comunale sarda comporterebbe per l’Italia un risparmio di poco più di mille euro all'anno; ovvero, con l’eliminazione di tutti i 118 centri a rischio lo stato risparmierebbe circa 120mila euro annui. Una cifra minima per lo stato, che però eliminerebbe i diritti fondamentali di rappresentanza, di gestione del proprio territorio e delle proprie risorse, di servizi pubblici, di sopravvivenza per ampie regioni della Sardegna, che verrebbero totalmente dimenticate di fronte alle esigenze e alle pressioni esercitate dai grossi centri. Inoltre, la manovra del ministro Tremonti, oltre che alla stessa Costituzione italiana, risulta anche contraria allo statuto autonomistico, perché in Sardigna la competenza sull’ordinamento degli enti locali è della Regione, e non del Governo! A completare il quadro della situazione sta l’atteggiamento di tutta la classe politica “compradora” sarda, che dopo aver ricercato i riflettori per denunciare il mancato trasferimento delle risorse economiche da Roma riempiendosi la bocca di parole d’ordine identitarie e sardiste, ora si allinea docilmente alle direttive del Governo italiano, in nome della salvezza dello Stato».
«Dunque, è chiaro: dietro alla nuova Manovra anticrisi, c’è ancora una volta la volontà politica di colpire per l’ennesima volta la Sardegna, che già da decenni viene da un sempre più sostanziale processo di spopolamento e di impoverimento studiato e duramente perseguito dallo Stato per distruggere alla base forma di vitalità e di sviluppo economico e per radere al suolo quel substrato culturale e sociale che non ci ha ancora reso dei servi, completamente dominati e subordinati agli interessi del colonialismo. A questo punto tutti i sardi devono porsi realmente l’interrogativo che ci si pone ogni qual volta salta fuori il discorso indipendentista: possiamo andare avanti senza l’Italia? possiamo realmente fare a meno dell’Italia? A questo punto è evidente il fatto che l’Italia, sotto la forma di erogazione di servizi minimi, sta smobilitando. Rimane l’esercito, la polizia, i progetti di nuove carceri e caserme e l’apparato di esattoria fiscale. Rimane anche il ceto politico organizzato nei partiti italiani, indispensabile per mantenere la nostra terra in condizione di occupazione. e sottomissione. In sintesi lo stato coloniale smobilita sotto forma di servizi e istituzioni e si orienta a rimanere sotto forma di occupazione militare e servizio esattoriale. Quindi la domanda è: possiamo fare a meno dei poligoni di tiro, delle carceri e delle caserme in costruzione e delle sedi di “Equitalia” e della classe politica inquadrata nei partiti italiani? Se la risposta è “si”, allora significa che possiamo fare a meno dell’Italia ed orientarci verso la costruzione di una soggettività politica realmente sarda!».
«La sinistra indipendentista sarda pensa che la Sardigna e i sardi possano fare a meno sia dell’Italia, sia della classe politica mediatrice italianista. Pensa che i lavoratori sardi, le comunità, le città della nostra nazione abbiano le forze economiche e civili di trovare nuove forme di organizzazione e gestione del territorio alternative a quelle storicamente imposte dallo stato coloniale (Province, Regione Autonoma) le quali sono state sempre strumenti della dipendenza e della mediazione e che oggi sono ormai in pieno declino. La sinistra indipendentista pensa che fare a meno dell’Italia e delle sue articolazioni oggi non rappresenti un’utopia, ma una seria e stringente necessità storica. Alla crisi dello Stato italiano noi contrapponiamo il progetto dell’indipendenza e del socialismo, vale a dire della costruzione dello stato dei lavoratori sardi, progetto che si basa sulle esigenze economiche, amministrative, culturali e civili di chi vive e lavora in quest’isola e che rappresenta l’unico soggetto legittimato a compiere e ad orientare le scelte di organizzazione del lavoro, del territorio e delle sue risorse».
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