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Famiglia
Manca- Putzu - Nieddu 7 agosto 2003
Malasanità,un’altra morte in disperata solitudine
Il calvario di “Lucio”, malato terminale abbandonato da vivo e da morto. Il settore L.U.C.I.A. del Gruppo di Iniziative Sociali di Stella Nascente ha ricevuto e ritiene doveroso pubblicare, come richiesto dalla Famiglia, la lettera di seguito riportata
Malasanità,un’altra morte in disperata solitudine

In una città dove la gioia e l´allegria dei turisti si mescola al cielo terso di una estate fatta per il divertimento, la morte stride come una nota stonata, come un accidente al quale non fare molto caso. Se nella nostra Alghero inebriata dal sole, un uomo muore per l´instancabile operare del cancro, il rispetto di una civiltà fatta di principi e valori sociali condivisi sfuma fino a dissolversi nel nulla di un ospedale come il nostro, indifferente alla sofferenza, indegno al giuramento di Ippocrate, incapace di rispettare i più elementari valori dell´ uomo, nella mancanza di una semplice e sospirata manifestazione di pietà verso una morte ineluttabile, della quale non si vuole sentire parlare o vedere.
La “banalità del male" non si nasconde solo nell´odio, nella guerra ma anche, e forse soprattutto, nell´assoluta mancanza di attenzione verso l´altro, nel non capire che prendersi cura del malato è sentire la responsabilità del dolore, è il dono di sé verso una vita che si spegne.
“Lucio" ha amato questa terra, l´ ha servita, l´ ha curata credendo di esserne parte, ne ha colto appieno la grandiosità della sua storia e tutto ciò che ha avuto è stato un ospedale incapace di essere degno di questo nome: sporcizia, caldo asfissiante, mancanza di attenzione e incapacità di capire che il ruolo del medico è quello di fare di sé testimonianza di civiltà, perché loro sono l´immagine del nostro agognato e rispettato ospedale.
Quando la medicina non può più far niente, non si può pensare di abbandonare un paziente nel suo lettino, occorre intervenire, farsi sentire vicino al malato con amore e umanità, cosa che puntualmente non accade, perché ricordiamo “fare il medico deve essere una missione".
A Lucio non è stato consentito di godere negli ultimi istanti della sua vita del conforto oltre che della moglie e della sorella, di quei nipoti cresciuti come figli e degli altri cari che avrebbero desiderato stargli accanto.
Così anche il suo ultimo desiderio è stato vanificato dalla mancanza di organizzazione del nostro “efficientissimo" ospedale, che l´ ha costretto a trascorrere le sue ultime ore in una piccola e calda stanza a due letti, che in quei tragici momenti ha dovuto ospitare, in una situazione di totale precarietà, su una barella, un terzo paziente ricoverato per un grave infarto.
È comprensibile come si sia venuta a creare una situazione paradossale, sia per l´ infartuato e relativi parenti costretti ad assistere all´agonia di Lucio, sia per i familiari di quest´ultimo obbligati dalle circostanze non solo a non essere presenti nel momento del trapasso, ma anche ad un brevissimo saluto durante l´orario delle visite, quando invece avrebbero voluto, per l´ultima volta, circondarlo con tutto il loro affetto.
Come se tutto ciò non bastasse, non c´è stato rispetto neppure dopo la morte, che ha visto Lucio appoggiato per una intera notte in uno sgabuzzino senza finestre con 35 gradi circa. La mattina successiva è stato spostato in quel fatiscente e tetro "deposito" che qualcuno ha il coraggio di chiamare CAMERA MORTUARIA, sporca, con temperature insopportabili, che per un corpo malato in disfacimento, significa dissoluzione, olezzo, mancanza di rispetto per la salma, ma anche per la moglie e i parenti, alcuni dei quali, giunti da lontano non hanno potuto dare l´ultimo saluto al loro caro, perché come prevedibile, dopo il "trattamento" riservato a quel povero corpo, al quale è stato negata persino l´iniezione per la sua conservazione, perché ritenuta troppo costosa (forse troppo costosa per un comune cittadino, mi chiedo cosa sarebbe successo se quel cittadino avesse avuto un cognome illustre) l´agenzia funebre è stata costretta a chiudere la bara con molto anticipo.
Mi vergogno se penso ad una società che per la legittima interruzione del lavoro dopo le 17, permette che una salma arrivata 5 minuti dopo al cimitero , ridotto alla trasfigurazione di tutta la nostra carnalità, resti 72 ore infilato in un´ impalcatura per l´edilizia, dentro uno stanzino impolverato.
Dove sta la dignità di questa città se non si colgono i dettagli della morte, se no si capisce che un ospedale non può avere le formiche sui letti, trenta gradi nelle camere, una sala mortuaria da terzo mondo. Se non si comprende che un malato terminale deve essere accompagnato alla porta della vita con riguardo e con amore. Se non si comprende che il luogo di sepoltura deve accogliere le spoglie mortali con attenzione e deferenza anche dei familiari.
Dove sta, cari concittadini la dignità di questa città, che deve solo correre verso l´ipocrisia di una società di feste e turismo e dove la morte non esiste più. In tutta questa vicenda è mancato il rispetto sia per il malato ma soprattutto per l´uomo e rammentando che tutti siamo uomini e che per tutti prima o poi arriva quel fatidico giorno, sarebbe giusto fare un esame di coscienza e chiedersi se si poteva fare di più per Lucio e per tutti coloro che sono stati costretti a subire simili ingiustizie.



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