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Luigi Coppola
12 maggio 2007
“La Giustizia Immaginaria” con Marco Travaglio
Il cronista giudiziario più scomodo d’Italia, relatore all’incontro organizzato dal comitato “L’Egalitè”

SASSARI – L’aereo atterrato ad Olbia pochi minuti prima delle 16 (orario d’inizio del primo appuntamento nell’agenda sarda), lo costringe ad un tour de force che lo impegnerà sino a notte fonda tra Sassari ed Alghero. Marco Travaglio è l’ospite atteso di una lunga e bellissima giornata sassarese, salutata da un clima solare da spiaggia e da una moltitudine di persone, desiderose di notizie e conoscenze, troppo spesso accantonate. “La Giustizia Immaginaria” è il provocatorio titolo del dibattito promosso ieri presso l’Aula Magna dell’Università di Sassari, dal comitato “L’Egalitè”. E’ introdotto da Franco Pilo, ex presidente del tribunale sassarese. Vi partecipano eminenti esponenti della Giustizia Italiana, protagonisti e conoscitori a vario livello delle cronache giudiziarie della Repubblica. Il primo contributo di Mario Almerighi, già presidente del tribunale di Civitavecchia, autore di numerosi saggi sulla materia, tratta l’efficacia italiana dell’istituto della pena e la consistenza della sua espiazione. Il giurista ricorda le sue origini sarde (cagliaritano, di padre Ozierese), evoca il trascorso nella magistratura italiana. Fra i suoi incarichi, tiene a rimarcare la presidenza della “Fondazione Sandro Pertini” dove si «respirava più aria di montagna, rispetto a quella dei soli magistrati». La fotografia sullo stato della Giustizia in Italia e sulla percezione del tasso di legalità, misurato da osservatori dedicati internazionali (il “World Economic Forum” pone l’Italia alla trentacinquesima posizione fra i paesi del mondo con il maggior indice di corruzione), è angosciante. Una comparazione con il sistema giudiziario del Regno Unito, svela con cifre inequivocabili, un garantismo di facciata che nonostante i tre gradi di giudizio, non determina certezza di pena e conformità di trattamenti. Una relazione lineare, chiara, suffragata da elementi e fonti oggettive che vedono per esempio l’85percento dei condannati inglesi, espiare la pena comminata in via definitiva, contro il 30percento della realtà italiana. Dove il sovraffollamento delle carceri è dovuto in gran parte ad una popolazione carceraria in attesa di giudizio, spesso trattenuta oltre dieci anni dopo l’avvenuto o presunto reato. In netta antitesi alle istruzioni in materia di Beccarla (citato da Almerighi) del 1763, che riconosce nella rapidità, certezza e umanità i tre cardini indispensabili della pena. Il fatto che in Italia, possa iniziare dieci o quindici anni dopo il reato, “è una barbarie”, mentre sono circa ventunomila gli imputati scarcerati per decorrenza dei termini. Elias Vacca è l’unico politico presente fra i relatori, il suo collega Pierluigi Mantini è rimasto in balia dei ritardi aerei. L’arringa di Travaglio è il pezzo forte che concerne l’uso spregiudicato italiano delle leggi ad uso personale. Il periodo passato alla lente con inesauribile rigore scientifico, tratto da uno studio approfondito e minuzioso delle fonti giudiziarie, riguarda gli ultimi quindici anni di storia italiana. Divisa in due periodi di uguale durata, governati da tutte le forze dell’arco politico italiano. Impegnata senza alcuna distinzione partitica in un costante lavoro di “sfascio della giustizia” perpetuato con mostruosa efficacia. Partendo dal 1992, Travaglio elenca tutti o quasi i provvedimenti legislativi mirati chiaramente all’interesse particolare d’impunità d’identificabili personaggi politici o della finanza, durante il governo di Centrodestra (ad personam); di una maggiore pluralità di soggetti, durante le legislature di Centrosinistra (ad personas). Il ragionamento lucido del cronista scrittore, inviso alla gran parte della nomenclatura politica italiana, sembrerebbe perverso o maniacale, come spesso dipinto dai luoghi comuni del politicamente corretto italico, se non svelasse con estrema semplicità, i fruitori di determinati decreti o norme legislative. Molte delle quali puntualmente annullate dalla Corte Costituzionale. Gli esempi sono troppi e tristemente bipartisan (L. Simeoni-Saraceni; Lodo Maccanico-Schifani, riforma sulla legge dei pentiti), sino al recente noto indulto promosso dall’attuale dicastero di Grazia e Giustizia. Dall’applicazione del quale includente pure i reati finanziari, di corruzione e prolungati termini di pena, hanno lasciato le patrie galere, non meno di quarantamila unità, compreso il senatore azzurro Previti. Interdetto perpetuamente dai pubblici uffici, ma non dalla Camera dei Deputati, visto che oltre un anno di studio, non ha revocato il suo stipendio non miserevole di parlamentare repubblicano. Svuota l’aula, stipata oltre ogni limite quando Marco termina fra le ovazioni d’applausi il suo intervento. Conclude, dissociandosi dalle “conclusioni”, Salvatore Mannazzu ex giudice e deputato ma è già l’ora di nuove adunate.
Nella foto: Marco Travaglio ed Elias Vacca
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